Il primo capitolo
1.
Una luna piena verde dollaro si affacciò a una finestra di
Roma. Era l’unica illuminata di via Leonardo Pisano, ai
Parioli, quel sabato notte di prima estate. Da lassù, la musica
di un sito d’azzardo si spandeva sul profumo dei falsi
gelsomini, con il chiassoso benvenuto che fa soccombere
alla prima tentazione chi entra in un casinò: le cascate di
monete sonanti, i trilli e lazzi elettronici delle slot machine.
Dopo qualche minuto la fanfara della mangiasoldi cessò.
Un «No!» rotolò per la strada. Il giocatore aveva perduto.
Nel deserto festivo dei quartieri alti tornò il silenzio
che avvolge le case dei ricchi anche l’inverno, dove i sogni
devono chiedere permesso prima di entrare nei corpi dei
proprietari, e chi abita lassù non fa rumore quando dorme
come da morti.
Nel buio ovattato della stradina privata risuonò il ticchettio
di una tastiera. Sullo schermo si compose: “Il giocatore
e la luna. Romanzo di Luca Bompiani”.
Alle spalle di Luca si snodava uno scaffale colmo di copie
del best seller del padre. Ettore Bompiani: I miei rivoluzionari.
Alle pareti, targhe e diplomi di Ettore, la foto in cui
ritirò il premio Saint-Vincent di giornalismo, il modellino
della Ford Mustang Shelby 350 GT e un ritratto in cornice
d’argento di Luca bambino con il celebre papà.
Di suo, nella propria camera, c’era soltanto il pigiama
stirato sotto il cuscino. Con le dita ancora tremanti dal gioco,
scrisse:
“Sono rincasato molto presto di mattina e in cielo c’era
ancora la mia luna verde. Non riesco neppure a immaginarmela
la luna gialla, io l’ho vista sempre così, verde dollaro.
Mio padre...” Tergiversò incerto col dito per aria.
“Tuo padre cosa? Tuo padre sarebbe andato avanti.”
Cliccò STAMP e CANC. Il romanzo abortito si perse nei
meandri del computer Samsung. La stampante gli restituì
il foglio. Il giovane professore gli sferrò un’occhiataccia,
l’appallottolò, se lo gettò alle spalle, si volse a controllare
se avesse fatto centro:
«Almeno questo!»
Il cestino traboccava di un ammasso cartaceo di romanzi
non nati. Sul pavimento, altri tre titoli senza un seguito:
Autobiografia di un orso polare alla deriva sul pack. Strauss era
un rocker. Opinioni di un poverocristo.
Sbirciò la luna di cartamoneta sentendosi in trappola. Riflessi
verdognoli gli lambirono il bel profilo greco, il mento
volitivo, gli occhi ambra. Tamburellò sulla sfilza di volumi
scritti dal giornalista scomparso. Cliccò l’icona di Casinonet,
si collegò ancora al sito internazionale di videoslot e altri
giochi d’azzardo con sede nel paradiso fiscale di Gibilterra.
Una voce interiore disse: “Non ne ha mai basta”. Era
suo padre.
Username: Slotman. Password: Unoseisettantasei, la sua
data di nascita. 500 dollari dalla carta Kalibra transitarono
dalle proprie tasche a quelle del cassiere, Henry Paymoon.
Non appena si materializzarono i 500 dollari sul display
del credito di gioco, l’indice sospeso a mezz’aria artigliò
il mouse col guizzo di un falco. Il professore di Lettere affamato
di gloria, roso dal senso di colpa di chi si gioca un
modesto stipendio, cliccò l’icona della videoslot medievale
Cavalieri e Dame.
«Ora viene, ora esce, me lo sento» si ripeté con un ansimo
sensuale, girata dopo girata, in attesa del colpo grosso. «Ora
esce, me lo sento, ora viene.» Sul display apparve la castellana
protagonista della videoslot, una principessa imprigionata
nel castello stregato. La girata seguente («Che ti dicevo?»)
uscirono quattro principesse, il credito s’impennò di 200 dol-
lari e la bionda castellana si trasformò, ai suoi occhi stralunati,
nella studentessa della quale si era invaghito: Eva Paoli.
Lei era a cena in piazza Trilussa per il compleanno di Olivia,
una ventenne argentina che studiava da privatista. Stavano
ancora al primo ma già Liliana, sua madre, si era attaccata
al telefono. Pretendeva che Eva le raccontasse nel
dettaglio se la festeggiata fosse più sexy del solito, indossasse
qualche gioiello nuovo, un anello o un paio d’orecchini,
non aveva capito. «Che ti frega, te lo racconto domani.»
Sua madre le aveva scaricato ogni genere d’insulti.
Eva riattaccò, fece finta di nulla. Assaggiò i gamberi al
curry. Un formicolio psicosomatico la invase con un brusco
rialzo di pressione. Se l’era svignata con una scusa, ha
chiesto indicazioni sul pronto soccorso più vicino, adesso
freme d’ansia sulla Smart rossa imbottigliata in un vicolo
di Trastevere.
Una diciannovenne bionda in tacchi a spillo e miniabito
rosso tempestato di paillette, aggredita da una crisi di panico,
sa di non poter chiedere aiuto: sei troppo appariscente
perché la gente dia credito al tuo male. Lei stessa si era
estranea. Nell’ingorgo di moto, suore asiatiche e turisti tedeschi,
rischiò d’investire una morettina che, bottiglia in
pugno, inseguiva un ragazzo tatuato sullo skateboard:
«A menomato! A murales!»
Nello schivarla, Eva ubbidì all’indicazione di un cartello
freccia bianca ma, per pubblico dispetto, la Smart s’incagliò
in un vicolo cieco. La studentessa innestò la retromarcia e il
videogioco per uscire dal labirinto riprese. Quei due adesso
si inseguivano al contrario, la bottiglia la impugnava il tatuato,
sullo skateboard fuggiva la moretta:
«A Moniga! Si te pijo, te do ’na pezza che nun te restaura
manco Leonardo da Vinci!»
Uno sposo in tight argentato, con il piercing al naso, sbucò
all’improvviso da una trattoria. Lingueggiò sul parabrezza
di Eva. La sposa in velo a capotavola rovesciò la testa
dal ridere.
Nello slargo, sotto le finestre di un ex presidente del Se-
nato, l’agente di scorta le intimò il dietrofront. Nel fare retromarcia,
una piccola ambulante cinese con un’aureola di
lucine intermittenti rosse e blu picchiò insistente al finestrino,
pretendeva di rifilarle la statuina accendisigari di Garibaldi
a cavallo.
Un nubifragio sparigliò la scena. Cinesi e spose, carabinieri
e suore si sparpagliarono strillando e coprendosi alla
meglio. Un camicione da notte precipitò dal filo stendipanni
tirato tra le finestre di vicolo della Penitenza. Seppellita
viva nella sua auto, Eva aprì la portiera e strappò dal parabrezza
quel sudario viola fradicio che s’incollò ai sampietrini
come la lingua di un animale preistorico.
Luca riuscì ad allineare quattro draghi e la slot lo pagò
1000 dollari. Nello stesso istante lei riuscì a fuggire da Trastevere
e imboccò Ponte Garibaldi. Ciascuno dei due, dal
proprio pozzo di emozioni comunicante con l’altro, divenne
inconsapevole parte del suo gioco.
Il ponte era bloccato da ambulanza e polizia. Un motociclista
si lamentava sull’asfalto, le braccia in croce sotto il
diluvio universale. I quattro giovinastri a bordo di un SUV,
che avevano atterrato il coetaneo, abbassarono i finestrini
e la scrutarono con occhi impasticcati. Eva fu investita dal
tum-tum da discoteca e dalle loro facce in calore.
Un poliziotto agitò la paletta rossa fino a piegarsi sul cofano,
lei lo supplicò: «Sto male!». Non trovò l’ospedale San
Giacomo. Lungotevere delle Armi era deserto, la strada allagata,
il panico allo zenit.
Le enormi ancore di sentinella al ministero della Marina
si staccarono dalle catene e le volarono incontro.
Le ancore squarciano la stanza da letto dei suoi, nell’attico
in piazza dei Quiriti. La polvere dei calcinacci si dirada.
Rivede sua mamma, la notte che scattò nel letto coprendosi
il seno nudo con il cuscino, stizzita perché la bambina si
era svegliata. Tentò di spostarsi lateralmente per scoprire
il corpo estraneo nel lettone dei genitori, ma i piedini nudi
divennero pesantissimi, le sembrò di camminare in mare.
Liliana ordinò: «Vieni subito qui!». Proibito scoprire il cor-
po nudo riverso bocconi, tanto che sua madre lo coprì lesta
col lenzuolo. Allungò la mano verso di lei, la batté sul materasso,
la tese imperativa: «Ti ho detto di venire qui!».
Aveva nove anni quando Liliana le rivolse il falso sorriso
tranquillizzante che si destina ai bambini in crisi per
non spaventarli, con il risultato di terrorizzarli. Eva si gettò
fra le sue braccia, irresistibili calamite. Sua madre la stritola
tanto da farla gridare: «Papito, salvami!».
La porta sbatte, le pareti crollano, sono murate vive.
A piazzale Belle Arti, un tram avanza sferragliante a fari
spenti, li accende. Eva sgrana gli occhi al suono ottuso della
campanella. La Smart si blocca parallela alle rotaie. Il
tram le scortica la fiancata sinistra e si snoda nella curva
da lombrico.
«Doppia all’asso, cinque dollari, niente, dai bambina su,
coppia vestita, cambia carte, niente, coppia di 8, niente, ora
esce, me lo sento. Tris di donne. 30 dollari, evvai!» Luca si
accanisce al Jolly Matto, Eva si ricorda il suo indirizzo sbirciato
sull’agenda della bidella. Imbocca la salita dei Parioli. Ha le
vertigini, il polso aritmico, teme di morire. Di tutti i maschi,
Bompiani era l’unico ad avere qualcosa di paterno.
La ragazza si sporge dal finestrino con i capelli fradici.
Cercò di decifrare l’insegna della lapide stradale semicoperta
dall’edera. Percorsi trenta metri accostò a ridosso del
muro di falsi gelsomini. La scollatura riusciva a malapena
a contenere il seno ansante.
Eva spia l’unica finestra accesa e il buio terrazzo attiguo.
Infila la mano nel miniabito, il panico si sublima in eccitazione.
Nella fantasia erotica stimolata dalla paura della morte,
s’immagina in piedi con il professore nel terrazzo lastricato
di fango. Il corpo nudo maschile le aderisce alla schiena,
con una mano Bompiani la tiene ferma, con l’altra scioglie le
paure ancestrali che la irrigidiscono, mentre molteplici voci
di uomini la lusingano nella lingua inconoscibile dei sensi. Si
infrangono l’uno contro l’altra con onde violente, indivisibili,
sprigionate dall’energia misteriosa degli oceani notturni.
Nell’angolo più nero, dove i gerani rossi sembrano di pece,
le braci di un toscanello guizzano al ritmo del respiro di un
uomo che li spia come un faro senz’anima: suo padre.
Eva stava venendo quando il professore si affacciò a
sorpresa dal terrazzo. Le ginocchia si serrarono di scatto,
la mano precipitò dalle cosce alla leva del cambio, lei
si appiattì nell’abitacolo con un’espressione corrucciata,
infantile.
Bompiani non guardò in strada, maledisse la luna verde
per l’ennesima girata infausta della slot, rientrò in camera
sperando di rifarsi.
Alle sette del mattino stava ancora giocando. La partita
a poker caraibico fu interrotta da uno spot pubblicitario, la
voce di una doppiatrice s’irradiò dalle casse acustiche nelle
due camere con salottino.
“Vincere o perdere tempo? Oggi rimettersi in gioco è facile,
basta un clic. Casinonet, l’azzardo in camera tua. Rischiati
il tutto per tutto e torna a vivere. Vuoi cambiare la
tua vita? Basta un clic. Casinonet, Gibilterra: la più grande
casa da gioco del mondo.”
«C’è qualcuno?» alzò la voce Eugenia dalla cucina.
«No, mamma, tranquilla.»
Eugenia entrò con il vassoio della colazione: «Strano, ho
sentito una voce. Stavi al telefono, forse?». Rotondetta, vestaglia
rosa, capelli bianchi: i colori e le ammaccature di una
pesca matura.
«Senti pure le voci, adesso?» Luca storse lo schermo per
impedire alla madre la visuale della sua depravazione. Cliccò
il piattino della tazza e lo posò sulla scrivania. A forza
di cliccare il mouse gli era venuto un tic: si tamburellava
sui capelli spostandosi a zigzag, la mano come tenesse un
topo. Quando smetteva, cliccava uomini e cose.
«A che capitolo sei?»
«Metà del quinto» mentì.
«Soltanto? Tuo padre scrisse I miei rivoluzionari in quattro
mesi, comprese le interviste da Che Guevara a Ho Chi
Minh. Un milione e mezzo di copie vendute! Bei tempi.»
«Tranquilla ma’, vado alla grande.» Bevve il caffè roven-
te gettando la testa indietro, alla russa, per affrettarsi a giocare
appena lei fosse uscita dallo studio.
«Sbrigati o farai tardi a scuola. Oggi hai la prima ora e ha
ricominciato a piovere.» Le annuì con un finto sbadiglio:
«Ancora cinque minuti, sto preparandomi per la lezione».
Eugenia si chinò a ritirare la tazzina, pagò il movimento
con una fitta che le sgualcì il viso.
«L’appuntamento col gastroenterologo l’hai preso o no?»
«Se poi mi dice che ho un brutto male?» Uscì scuotendo
la testa. Luca si gettò sul videopoker come un cane nella
scodella dei croccantini.
Insegnava Lettere al liceo classico Elio Vittorini nel quartiere
Trieste, un istituto privato di recupero per figli di papà.
Le videoslot erano il suo psicanalista. Il turbinio di figure
gliene rievocava infinite altre. In ogni re vedeva il padre e,
quando si materializzava un poker, a Luca sembrava che la
quadrupla clonazione del caro estinto gli restituisse, in denaro,
quanto gli aveva sottratto in creatività, perché il paragone
letterario con lui era schiacciante.
La fulmineità con cui cliccava non gli lasciava quasi il
tempo di scoprire l’esito della giocata. Ogni mano, un secondo.
Ogni secondo, la speranza riassunta in un tiro, in
gloria o in cenere. Era la sintesi sordida dell’esistenza riproducibile
in varianti infinite, confluenti nell’unica alternativa:
vincere o perdere. “Con la differenza” rifletté “che
nella vita la salute è vincente sui soldi, nel gioco sono i soldi
a tenerti in vita, perché il tempo al gioco si misura in denaro
e ti concede l’illusione di crederti eterno nella parentesi
di una giocata vincente.”
Non fu così nei cinque minuti scippati agli obblighi dell’insegnamento.
A Jolly Matto perse la vincita di 1000 dollari
ottenuta con i quattro draghi di Cavalieri e Dame e prosciugò
l’intero credito della Kalibra acquistata al sorgere
dell’ennesima notte infausta. Spense il computer. Baciò
furtivamente la madre. In viale Regina Margherita restò incolonnato
nel gorgo. Riuscì a infilare la vecchia Panda blu in
un parcheggio di via Tagliamento.
Raggiunse il Vittorini correndo sotto la pioggia.
2.
«Eva, vestiti o farai tardi a scuola!»
«Sono prontissima, ciao!» mente dalla sua camera, liquidando
la madre. Stesa sul letto, nuda, stringe i pugni e gli
occhi con una smorfia, spera di farla franca. Sul comodino
La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Díaz e una fotografia
in cornice del padre disteso di profilo in un prato. La
porta di casa sbatte con isterica sonorità e la salva. Liliana,
quarantenne tirata e scialba, impiegata alle Poste di piazza
San Silvestro, è sempre più in ritardo di lei.
Eva sguscia dalle lenzuola, si carezza il seno riflesso nello
specchio, fiera del contrasto fra il corpo da pin-up anni
Sessanta e il volto minuto, intellettuale, dagli zigomi affilati
e il taglio d’occhi orientale, di una donna domani. Sopra
è un museo di Parigi, sotto un quartiere a luci rosse di
Bangkok.
Rovista nella biancheria, scarta il pacchetto nascosto alla
madre che fruga dappertutto in cerca di prove. Indossa il
baby-doll nuovo in tulle nero tempestato di Swarovski, la
schiena nuda a precipizio fino al perizoma. L’ha acquistato
ieri da Fashion Lingerie. Scrolla la massa di capelli biondi,
appanna lo specchio con un soffio e disegna una A in
un cerchio, l’iniziale del suo amore anarchico. Esplora l’ingresso
di casa con passi da ballerina, controlla che la porta
blindata sia ben chiusa, fa scorrere, per sicurezza, il ca-
tenaccio, non sia mai la madre ritorni. S’infila nella stanza
dei suoi in punta di piedi.
Andrea si corica su un fianco dandole le spalle. Finge una
voce impastata di sonno:
«Torna in camera tua» sussurra al muro.
«Lo so che non dormi, papito. Ho una sorpresa per te.»
«Eva, devi smetterla.»
«Sono vestita, giuro, vestita. Puoi girarti tranquillamente.»
«Vai a scuola.»
«Perché ti vergogni? Guardami.»
«Ho detto che devi smetterla.»
«Non è colpa mia. Quand’ero bambina devi avermi fatto
inghiottire una boccetta del tuo dopobarba: persino il
mio alito sa di te. Ma anche tu, se fossi cieco nel centro di
Tokyo o New York con il bastone bianco, sentiresti il mio
corpo arrivare, lo riconosceresti fra migliaia di altre donne.
Negalo se hai coraggio.»
«Naturale, sei mia figlia.»
«Se è naturale di che ti vergogni?»
Eva si genuflette sul letto, lo supplica a mani giunte, scherza,
si dondola sulle ginocchia, lo stuzzica, l’invoglia:
«Dai! Perché non mi guardi?»
«Immagino che tu sia nuda.»
«Che ci sarebbe di male?»
«Devi andare a scuola.»
«Io non vado da nessuna parte finché non ti giri.»
Lui fa cenno di no. Lei gli volge il mento in suo favore.
«Di’, ti piace, papito? È nuovo.»
Il padre non dice niente, ma si sofferma sul seno un secondo
di troppo. Torna a rannicchiarsi in posizione fetale.
Eva, trionfante, gli monta sulla schiena a cavalcioni.
«Sei proprio matta. Devo portarti da uno psicologo. Vai
in camera tua» le ordina senza convinzione.
Lei lo cavalca adagio massaggiandogli la cervicale.
«Sei contratto, è quella lì che devi mandare dallo psichiatra,
lo sai da dieci anni, non ti decidi mai. Perché non divorzi
e ce ne stiamo da soli per sempre?»
Andrea affonda la testa nel cuscino. Eva gli libera la schiena
dal lenzuolo, la bacia con un sorriso perduto:
«Papito. Papito mio.»